À bout de souffle (1960) Jean-Luc Godard

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Belmondo e Seberg

À bout de souffle (1960) Jean-Luc Godard

La Nouvelle Vague

Ci troviamo nel filone del cinema d’autore degli anni ’50,’60,’70 del secolo scorso, dove Jean-Luc Godard occupa indubbiamente la posizione di regista più sperimentale della Nouvelle Vague.

Andrè Bazin fonda negli anni ’50 la rivista “Cahiers du cinéma”, culla della Nouvelle vague nonché punto di riferimento per autori, critici e teorici del “nuovo cinema internazionale” degli anni Sessanta.
Bazin ha contribuito al cambiamento dell’idea di “cinema”, intendendolo come vera e propria Arte; consacrando il cosiddetto “cinema della realtà”. Egli fa un’interpretazione originale del Neorealismo cinematografico italiano, dove ne sottolinea il primato del “fatto” rispetto all’inquadratura e al montaggio, facendo del film il veicolo di un senso predeterminato.

E’ proprio su questa rivista che registi come Godard e F. Truffaut scrivono le loro critiche.

Così tra il 1958-1959 inizia a farsi largo una nuova ondata di registi più o meno trentenni ( Godard, Truffaut, J. Rivette, C. Chabrol, E. Rohmer, A. Varda, A. Rasnais), che si fa portavoce della innovativa “politique des auteurs”. Attuando una rivalutazione critica dei registi hollywoodiani (J.Ford, A. Hitchcock, H. Hawks, W. Wyler), attuarono una destrutturazione della normale narrazione filmica, comportando l’irruzione della realtà in un mondo in cambiamento.

Grazie al sostegno delle nuove tecnologie, più duttili e libere (cineprese più piccole e leggere), era possibile evitare la ricostruzione in studio; girando “en plain air”, in esterni reali, mettendo gli attori in una condizione più viva e reale, attuando un’innovazione sia del linguaggio che delle tecniche impiegate.
Tra i vantaggi c’era sicuramente l’economicità di tale modo di operare, dato il loro budget limitato.

“Il cinema sostituisce al nostro sguardo un mondo che si accorda ai nostri desideri.”
Era necessario un cambiamento in ambito cinematografico, in quegli anni il pubblico in sala era diminuito a favore della neo-nata Tv; bisognava cambiare formula per attirare ancora più persone.

À bout de souffle (1960) Jean-Luc Godard

Jean Paul Belmondo ͢     Michel, il truffatore

Jean Seberg͢   Patricia, studentessa americana

L’inizio è qualcosa di veramente innovativo e rivoluzionario:
Michel, in viaggio (su una macchina rubata) da Marsiglia verso Parigi, si rivolge al pubblico e lo manda a benedire: “Se non amate il mare, se non amate la montagna, se non amate la città… andate a quel paese! “
Il regista si sente libero di prendere in giro il pubblico, instaura tra noi e l’attore un rapporto personale, ci mette in comunicazione; questo non ha nulla a che vedere con la storia ma è utile a presentare il carattere del personaggio (e del regista stesso).
Godard ci ricorda di essere al cinema, è contrario a un cinema illusionistico, difatti Michel si rivolgerà più volte alla telecamera.

In quanto cinema d’autore, il registra fa della propria cinepresa una “camera stylo”: la cinepresa per il regista è come la penna per lo scrittore; il regista che disegna il proprio film.
Godard fa le proprie riprese giorno per giorno dopo aver letto i giornalieri, assecondando l’ispirazione del momento, e lasciando ampio spazio all’improvvisazione degli attori.
Non è il regista diligente che segue meticolosamente la sceneggiatura, è il regista protagonista.

Effettua dei long take, piano sequenza, dove un’inquadratura coincide con la durata di una sequenza: la sequenza risulta interamente composta da una sola inquadratura, da un solo piano; realizzate tramite lunghe carrellate, girando prettamente in strada in mezzo alla gente, nascondendo la sua Cameflex in una bicicletta durante le riprese lungo gli Champs Elysees.

Rpresa long take

Ripresa long take

Piano sequenza combinati con dei jumpcut, dei salti, dei cambi d’angolo percepibili con cui rompe la continuità.
Riesce così a donare alla scena maggior dinamicità; rendendola più libera e aggressiva, provocando un cambiamento nel ritmo della visione.
Siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione del linguaggio cinematografico.

Michel nel corso del film si toccherà più volte le labbra, un rimando ancora al regista, e lo farà anche Patricia prima che Michel muoia. (ops spoiler)

Michel

Michel

Un ultimo piano sequenza riprende la camminata agonizzante di Michel, ormai ferito dai colpi di una pistola.
La musica extradiegetica enfatizza la gravità del momento; accompagna il truffatore fino al suo accasciarsi al suolo.
Il finale è qualcosa di veramente surreale: Michel, a terra, facendo delle smorfie si rivolge a Patricia che le sta accanto e le sussurra: “sei proprio una schifosa!”. Muore chiudendosi gli occhi da sé.

Un finale che potrebbe essere inteso come metafora di un ironico addio a quel modo di fare cinema, e a quel modello di gangster, che era stato rappresentato fino a quel momento; non più duro e vincente, ma un perdente senza né arte né parte.

La Fin

La Fin

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