Immagine fotografica: realtà o finzione?

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immagine fotografica: realtà o finzione?

Immagine fotografica: realtà o finzione?

Al giorno d’oggi riusciamo a comprendere il vero senso delle cose? O abbiamo solo un atteggiamento di analisi?

Susan Sontag, scrittrice statunitense, nel suo libro “Sulla fotografia”, riprende l’allegoria della caverna di Platone facendone un parallelismo con l’effetto provocato dall’immagine fotografica.

Mito della caverna
Ci sono dei prigionieri che hanno sempre vissuto in una caverna, sul cui fondo sono legati fin dalla nascita; fuori da questa c’è un muro ad altezza uomo, dietro al quale camminano persone che portano sulla testa statuette raffiguranti oggetti di vario genere. Dietro questi individui vi è un fuoco intenso che proietta sulla parete della grotta, proprio davanti agli uomini legati, le immagini di questi oggetti.
Non avendo nient’altro e non avendo mai visto altro, i prigionieri osservando le ombre pensano che quella sia la realtà.

Noi, come quegli schiavi, scambiamo apparenza e realtà per il semplice fatto che non le abbiamo mai distinte.
Tendiamo per automatismo a scambiare le immagini fotografiche per verità.
Ci affidiamo alla verità dell’immagine fotografica, ma questa, fin dall’inizio, si interseca con la finzione. La manipolazione è alla base della fotografia.

È in corso oggi una sostituzione; l’esperienza stessa della realtà è basata sempre più sull’immagine.
Siamo bombardati da migliaia di fotografie ogni singolo giorno; in uno stato di assuefazione ci abituiamo a qualsivoglia rappresentazione.
Si innesca così un senso di colpa, un problema di ordine morale, per i più sensibili e intelligenti ovviamente, che interpretano tale atteggiamento come una vera e propria violenza.
Dall’altro lato invece i “produttori”, sono sempre più impegnati in una rincorsa spasmodica all’incremento della dose. Il loro fine è quello di generare un effetto sorpresa nello spettatore, nella creazione di un evento che sia per i più memorabile.

Il rapporto immagine- realtà si trova così in continua trasformazione. Tutto ciò semplicemente attraverso il cambiamento delle modalità d’uso della macchina fotografica, e del punto di vista con cui ci accingiamo a vedere le cose. Filtriamo così quella che per noi è verità; nient’ altro che una posizione individualista (e egoista), che non ci fa cogliere il mondo in senso olistico, ma ce lo spezzetta facendoci perdere pezzi di esperienza.

Questo approccio duro e fermo nei confronti della “realtà alterata” operata dalla fotografia, si è sviluppato nel corso agli anni ’70 in concomitanza con la Guerra del Vietnam.

Resta all’erta se vuoi conoscere di cosa si tratta…

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