Ladri di biciclette (1948) Vittorio De Sica

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Ladri di biciclette (1948) Vittorio De Sica

Ladri di biciclette, un film del 1948 in bianco e nero, firmato Vittorio De Sica.

Contesto

Sono gli anni del dopoguerra, l’Italia ha bisogno di aria nuova, cerca di ricostruire una nuova identità che si discosti da quella fascista, e che si fondi sull’autenticità della “gente comune”.

Siamo nel periodo del Neorealismo; un periodo di rinascita del cinema italiano, intento ad abbandonare il linguaggio accademico, per raccontare e riprodurre la realtà.

Ladri di biciclette, ispirato ad un romanzo omonimo di Luigi Bartolini, offre un’istantanea dell’Italia del secondo dopoguerra: misera, squallida, un manifesto sociale di quel tempo.
Attraverso un “giro rituale” di Roma, De Sica ci dona un documento della quotidianità della città (lingua, edifici, persone) nella narrazione della storia di un personaggio.

Siamo nella Val Melana, zona di Roma lontana dal centro, e viene raccontata la storia della famiglia Ricci; del capofamiglia in particolare, Antonio (Lamberto Maggiorani), disoccupato dal ’46, è il personaggio simbolo dell’Italia che vuole rinascere grazie al lavoro.

(Sulla scia della ricerca e del perseguimento della realtà, gli attori non erano professionisti scelti “da catalogo”, ma venivano ingaggiati in seguito a delle vere e proprie selezioni ).

La storia

La vicenda è incentrata su una bicicletta, strumento che permetterà alla famiglia di ricominciare, e di trovare un lavoro per ottenere così uno stipendio.
Il mezzo viene riscattato al banco dei pegni, in cambio di un corredo portato dalla moglie, e grazie a un piccolo sconto concesso. Simbolo di un Paese in cui “ci si aiuta”.
Antonio trova così lavoro come attacchino di manifesti cinematografici; ma proprio durante il suo primo giorno lavorativo, mentre era intento ad attaccare il manifesto di “Gilda”, viene derubato della sua bicicletta.

Da qui inizia a consumarsi il vero dramma; una disperazione enfatizzata da un tema musicale ripetuto, opera del grande Cesare Zavattini, che segue la teoria del pedinamento nella resa di una storia immediata, fatta di lunghe passeggiate. Il fine è quello di cogliere la consistenza del reale, indugiando anche il più possibile con la telecamera.

Roma vera protagonista

Dalla messa dei poveri alla casa della “santona”, un inseguimento al ladro dove Roma è la vera protagonista; in cui scorrono di fronte a noi innumerevoli quadri di esistenza povera e disagiata, come una sorta di opera d’arte priva di tatto.

Veniamo travolti dal  dialetto romano: “Annammo!” – battuta fatta proprio all’inizio del film- che ci permette di cogliere, ancora una volta, la volontà di discostarsi dalle vecchie ideologie fasciste, fondate invece su una totale “depurazione” dei dialoghi.

La presenza di bambini inoltre, che affollano le strade (la scolarizzazione diventerà obbligatoria negli anni ’50-’60) e si trovano impegnati in vari lavori. Come lo stesso figlio di Antonio, Bruno (Enzo Stajola):“Bruno, al lavoro!”.

Una corsa per la città che non porta a nessun risultato, la bicicletta non si trova.

Nei pressi di uno stadio, Antonio decide di approfittare del caos generato dalla partita di pallone in corso, e di divenire egli stesso ladro.
Allontana Bruno con una scusa, non vuole essere visto dal figlio nel compimento di quel gesto, e attua il furto.

Conclusioni

Non riesce però a farla franca; viene bloccato, circondato dalla folla, e ben presto raggiunto da Bruno, il quale scoppia in un pianto rumoroso vedendo il padre in quella condizione.
La reazione del bambino suscita pietà agli occhi delle persone presenti, che decidono così di lasciare andare Antonio.

Si conclude così il film, con una sorte di correlazione tra l’immagine del bambino e l’idea di responsabilità, che rispecchia perfettamente l’immagine e la visione dell’Italia di quel tempo: l’impegno per una “responsabilità futura”.

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