Il Palazzo che Visse Due Volte: La Strana Vita di Casa Fortuny
Venezia è una città dove ogni pietra racconta una storia, ma poche residenze narrano una trama tanto eclettica quanto il Palazzo Pesaro degli Orfei, oggi noto come Palazzo Fortuny. Un nome che suona già come una contraddizione in termini: un palazzo gotico che diventa laboratorio di avanguardia; un luogo nobiliare trasformato in rifugio di un visionario.






Dagli Orfei ai Fortuny: genealogia di una metamorfosi
Il palazzo nasce nel Quattrocento, nobile residenza della famiglia Pesaro, una delle casate più influenti della Serenissima. Ma già dal nome “degli Orfei” — attribuito nel Settecento quando divenne sede di una confraternita di musicisti — si capisce che la sua vocazione non era solo aristocratica, ma anche profondamente estetica.
Nel 1898, un giovane spagnolo dalla chioma folta e lo sguardo febbrile entra nella vita del palazzo. Mariano Fortuny y Madrazo, figlio d’arte (il padre era il celebre pittore Mariano Fortuny Marsal), arriva a Venezia con la madre e un bagaglio di idee più pesante delle sue valigie. Pittore, fotografo, inventore, scenografo, designer di moda, artigiano della luce: chiamarlo “poliedrico” sarebbe riduttivo.
Acquista e trasforma il palazzo in uno spazio-laboratorio totale, una wunderkammer dove convivono telai, lampade, drappi di seta e teatrini giapponesi. Qui Fortuny non abita semplicemente: sperimenta, sogna, trasfigura. Ogni stanza è insieme bottega e salotto, ogni parete una tela in attesa.







La casa-studio, o il teatro della modernità
Più che un atelier, il palazzo diventa un universo parallelo. In una stanza si stampano i celebri tessuti Fortuny, in un’altra si progettano sistemi di illuminazione teatrale innovativi, in un’altra ancora si testano nuovi metodi di stampa fotografica. Tutto è filtrato dalla sua estetica tra simbolismo e orientalismo, dove l’Oriente si mischia al Rinascimento, e il gotico veneziano si fonde con la modernità.
E poi c’è la luce. Fortuny la studiava come un alchimista. Non è un caso che brevettò il sistema di illuminazione indiretta per il teatro, una rivoluzione scenica adottata in mezza Europa. In pratica, diede alle ombre il ruolo di protagoniste, ribaltando le regole dell’illuminotecnica.








Dalla residenza privata al museo della mente
Alla sua morte, nel 1949, Fortuny lascia un’eredità non solo materiale, ma spirituale. La moglie Henriette dona il palazzo alla città di Venezia, con l’idea che continui a vivere come spazio di ricerca e meraviglia. E così è stato. Oggi, il Museo Fortuny conserva intatto quello spirito: le mostre non sono mai semplici esposizioni, ma esperienze immersive, spesso al limite tra arte, scienza e magia.
Il palazzo, con i suoi piani ancora impregnati dell’odore di stoffe e pigmenti, è uno di quei rari luoghi dove si ha la sensazione che le idee siano ancora nell’aria. Un museo che non espone semplicemente oggetti, ma custodisce un modo di vedere il mondo.









Post Scriptum (o pretesto per tornare)
Se vi state chiedendo se valga la pena entrare, la risposta è sì. Non per guardare “cose belle”, ma per sentire cosa succede quando un palazzo smette di essere contenitore e diventa contenuto. Mariano Fortuny non ha solo abitato queste stanze: le ha animate, piegate, reinventate. Ancora oggi, lo si sente camminare fra i drappi, accarezzare un velluto, regolare un riflettore.
E in fondo, in una città che spesso sembra prigioniera della propria cartolina, Palazzo Fortuny è la prova che Venezia può ancora sorprendere. Ma solo se hai occhi curiosi — e un certo gusto per l’eccentrico.




Vi auguro una Buona Visita e vi aspetto al prossimo appunto…





